Minacce e intimidazioni agli amministratori: Catania al terzo posto

Terzo posto per la provincia di Catania (15 casi censiti), in deciso aumento rispetto ai nove atti intimidatori registrati sia nel 2016 che nel 2017

La Sicilia si conferma terra simbolo per gli amministratori sotto tiro: prima regione per numero di intimidazioni (483) nel periodo 2013-2018, stabilmente ai primi due posti della graduatoria di ciascun anno, l’Isola mantiene nel 2018 il secondo posto già registrato l’anno precedente, con 87 casi censiti (+10% rispetto al 2017) distribuiti in 9 Province e 49 Comuni colpiti.

Dopo un paio di anni in cui aveva lasciato il primo posto regionale ad Agrigento (2016) e Siracusa (2017), la provincia di Palermo si riprende nel 2018 il triste primato di provincia maggiormente colpita in Sicilia, con 25 casi censiti (2° posto a livello nazionale dietro Napoli), raddoppiando le intimidazioni registrate nel 2017.

Segue nella classifica regionale con 16 casi censiti la provincia di Agrigento, che dopo il calo del 2017 (8 casi), ritorna sui numeri che le erano purtroppo valse il primo posto regionale nel 2016.

Terzo posto per la provincia di Catania (15 casi censiti), in deciso aumento rispetto ai nove atti intimidatori registrati sia nel 2016 che nel 2017. A Catania è stato appiccato un incendio nel patronato di Angelo Scuderi e Daniela Rotella, entrambi candidati al Consiglio comunale. A Militello in Val di Catania il Sindaco Burtone denuncia un utente che su Facebook aveva espresso il desiderio di “sparargli in faccia”. A Paternò è stato aggredito a bastonate il vicesindaco Ezio Mannino. Ad Aci Castello un dipendente della AGT-Multiservizi, partecipata a rischio ricapitalizzazione, ha minacciato di voler accoltellare il Sindaco Filippo Drago e due consiglieri.

Da anni le principali relazioni investigative, a partire da quelle semestrali della Direzione Investigativa Antimafia, descrivono Cosa nostra alle prese con un bisogno di “restaurazione”, continuamente frustrato dai continui colpi inferti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine che non consentono la ricostituzione della cd. Commissione (o Cupola), una struttura di vertice legittimata a prendere decisioni in nome di Cosa nostra. Non fa eccezione in questo senso l’ultima Relazione DIA, relativa al primo semestre del 2018.

La ricostituzione di questa struttura, dopo molti anni di inattività, non sembrerebbe, tuttavia, auspicata da tutte le rappresentanze dei mandamenti – si legge nella Relazione1 -. Specie di quelli più attivi nella gestione delle attività economiche anche fuori dal territorio di competenza che, abituati ad agire quasi in autonomia, potrebbero soffrire la restrizione delle regole imposte dalla Commissione”. Una situazione, quella descritta, che trova conferma negli ormai frequenti sconfinamenti territoriali, ingerenze e iniziative non autorizzate e che vede numerosi “uomini d’onore” rivendicare per le proprie articolazioni criminali delle posizioni di autonomia. La DIA scrive di “un venir meno della compattezza” e, conseguentemente, “della forza di Cosa nostra intesa come struttura unitaria”.

Ma, al netto di queste criticità, Cosa nostra si conferma “una struttura ancora vitale, dinamica e plasmabile a seconda dei mutamenti delle condizioni esterne… la capacità di imporre il rispetto di regole condivise, che consentano agli affiliati di identificarsi nell’organizzazione, rappresenta sempre il migliore collante per garantirne la sopravvivenza. Cosa nostra sembra avvertire il bisogno, per rigenerarsi, di proseguire nel processo di restaurazione delle regole fortemente anticipato da Bernardo Provenzano, con la conferma al ricorso alla tradizione attraverso schemi organizzativi idonei a riproporre i modelli unitari del passato”.

Benché spesso ignorata dai media, non va dimenticato che in Sicilia orientale opera e fa sentire la sua presenza un’altra struttura criminale, che in passato aveva dimostrato “velleità di contrapposizione alle storiche famiglie di Cosa nostra”, ma è stata “ridimensionata nei propositi, tanto da arrivare a recenti forme di alleanza o di convivenza”. La Stidda, emersa come organizzazione negli anni Ottanta, mantiene “un significativo potenziale delinquenziale, ad esempio nelle dinamiche di gestione dei mercati ortofrutticoli… La penetrazione negli Enti locali e la corruzione di soggetti preposti all’amministrazione della cosa pubblica, rappresenta l’occasione per accaparrarsi finanziamenti ed incentivi economici, utili anche per le attività del riciclaggio”.

In calo rispetto al 2017 le intimidazioni censite nella provincia di Siracusa (da 18 a 13). Cinque casi censiti in provincia di Messina, quattro nelle province di Trapani ed Enna. Rispettivamente tre e due casi censiti nelle province di Caltanissetta e Ragusa.


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