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Catania, paziente vuole saltare la fila, pugni e spintoni al medico di famiglia: “come sto? Trattengo a stento le lacrime” |Denunciata la paziente

"Si è perso il rispetto per la professione e per la persona. Non tanto il dolore alla spalla e al braccio, quanto quello all’anima, che fa davvero male"

Spintoni e pugni al medico di famiglia all’interno del suo studio. A rivendicare con prepotenza l’assistenza immediata della dottoressa è una paziente di sessantadue anni che, intorno alle 17,30 del 7 giugno, ha scavalcato la fila, facendo irruzione nella sala d’attesa dello studio fin quando, alla vista del medico accorso per via delle urla, le si è scagliata contro. A denunciare l’accaduto è lo Snami, il sindacato nazionale autonomo dei medici italiani, che fa quadrato attorno alla vittima, pronto a costituirsi parte civile in caso di denuncia.

Intanto, per la dottoressa una prognosi di dieci giorni da parte del Pronto Soccorso, a cui è dovuta ricorrere. “Negli studi dovremmo ricevere solo per appuntamento – afferma il medico di famiglia – ma vanno considerate sempre le visite non procrastinabili. Nel caso di non urgenza, queste vengono dopo gli appuntamenti. È una questione di educazione e rispetto delle regole, fatta eccezione per le donne incinte e per i codici bianchi e verdi del Pronto soccorso che, con o senza appuntamento, hanno sempre precedenza su tutti”.

Una prassi di buon fare che, ad alcuni, non va proprio giù. “La paziente che mi ha aggredito – prosegue la dottoressa – pretende sempre di entrare prima di tutti, pur non avendo urgenza. Quando è possibile la accontento, ma resta ferma la precedenza alle donne incinte. Si è dato il caso che, tra un appuntamento e l’altro, lunedì la mia segretaria ha fatto entrare in stanza una ragazza incinta, senza prenotazione. A quel punto la signora in questione è entrata di prepotenza in sala d’attesa, pretendendo di essere ricevuta al posto della ragazza gravida. Arrivo, dunque, in sala d’attesa e qui vengo presa a spintoni e pugni nel braccio, posto a schermare il viso, fin quando sono riuscita a svincolarmi e a chiudere l’accesso. Nello studio sono rimasta in compagnia della mia segretaria e di alcune pazienti, tra cui la gravida, fin quando sono arrivate le forze dell’ordine”.

“Non mi va che per colpa di una paziente – afferma la dottoressa – ne paghino le conseguenze tutti gli altri. Come sto? Trattengo a stento le lacrime. In trent’anni di professione non è mai accaduto un fatto del genere. Mi sento violata, ferita nell’animo. Dedichiamo la nostra vita ai pazienti e… veniamo pure maltrattati. Si è perso il rispetto per la professione e per la persona. Non tanto il dolore alla spalla e al braccio, quanto quello all’anima, che fa davvero male”.

“Quanto accaduto rattrista l’intera categoria – ammette il presidente dello Snami, Francesco Pecora – bistrattata e privata della propria dignità. Risulta evidente che si è perso il rispetto dei medici: siamo di fronte a un problema di educazione sanitaria. Che si torni a fare centro sul ruolo sociale del medico di famiglia. Lo Snami ha invitato e continua a invitare tutti i medici all’unione e non al frazionamento. Se dovesse occorrere, il sindacato si costituirà parte civile per dare un chiaro segnale che nessun medico va lasciato solo. Il compito dello Snami come sindacato è quello di denunziare, nel caso specifico l’aggressione alla dottoressa medico di famiglia. Ma le istituzioni hanno il compito ben preciso di proteggere tutti i medici e di contrastare gli attacchi mediatici indiscriminati ai medici di famiglia. Se non si argina questo fenomeno con provvedimenti seri, aggressioni del genere saranno sempre più frequenti. Non vorremmo che finisse come con le violenze consumate in Guardia Medica, che passati i fatti cadono nel dimenticatoio. Aspettiamo forse che le disgrazie annunciate si avverino?”.


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