La Tech Servizi – che ha l’appalto sui rifiuti a Riposto, Sant’Agata Li Battiati, Fiumefreddo e in fase di avvio a Mascalucia – ha ufficialmente ricevuto l’informativa del prefetto con cui si revocano tutti i provvedimenti liberatori rilasciati in precedenza, negando l’iscrizione della società nell’elenco fornitori.
La notizia era nell’aria da qualche giorno, ma oggi è arrivata la conferma, con l’adozione dell’informazione antimafia interdittiva da parte del prefetto della Provincia di Siracusa, Giuseppina Scaduto, nei confronti della società con sede a Floridia in quanto ritenuta soggetta al pericolo di infiltrazioni mafiose.
La Tech, per voce del proprio rappresentante legale Corrado Bengasi, ritiene “illegittima” l’interdittiva antimafia ricevuta, annunciando di voler impugnare l’atto davanti l’autorità giudiziaria competente, ribadendo la propria correttezza nell’operato.
“La Tech – si legge in una nota – rileva che non vi è alcun procedimento penale per i fatti indicati, con un’interdittiva che giunge inaspettata e intempestiva, vista la recente istruttoria condotta dalla Dia e coordinata dalla stessa prefettura di Siracusa che ha determinato, in esito alla stessa, il rinnovo della iscrizione della white list per la Tech Servizi, oggi invece negata a distanza di pochi mesi. L’interdittiva antimafia è una semplice misura di cautela, che la legge prevede anche quando la società non ha alcuna responsabilità o contiguità con ambienti criminali. Fiduciosi nel buon operato delle Autorità competenti, si auspica che sarà riconosciuta la bontà delle ragioni della scrivente anche a tutela della occupazione e del know how aziendale”.
In 28 pagine, la Prefettura di Siracusa ripercorre tutti i potenziali tentativi di infiltrazione mafiosa nell’azienda di Floridia partendo però dal procedimento penale pendente a carico di Christian La Bella (socio di maggioranza e amministratore unico della Tech), in fase di indagini preliminari per il reato di turbata libertà degli incanti. C’è però molto di più.
La Tech servizi possiede il 10% della Eco business srl, il cui restante 90% del capitale sociale appartiene a Mario Lupica. Questa società è stata oggetto di sequestro preventivo con la confisca delle quote e del patrimonio aziendale, in quanto accertato che la società era riconducibile a Giuseppe Guglielmino, appartenente a Cosa Nostra catanese.
Il responsabile tecnico della Tech dal 2017, Ciro Tarantino, ha precedenti per violazioni alla normativa ambientale ed è stato responsabile della S&B di Enea Emanuele Salvatore ed Enea Benedetto Snc, operante nel settore dei rifiuti, che nel 2019 hanno ricevuto un provvedimento interdittivo dalla prefettura di Palermo. È socio nel 50% della Arcade srl in compartecipazione con Salvatore Dolce, marito di Angela Caruso, terza intestataria nella misura di prevenzione a carico di Giuseppe Bordonaro, condannato per associazione mafiosa. Il fratello, Santo Tarantino, è anche stato condannato per favoreggiamento della latitanza dei fratelli Giovanni e Pietro Paolo Garofalo.
Tra gli elementi di rilievo, recentemente acquisiti, ci sono anche i presunti rapporti con gli ambienti criminali mafiosi proprio di Christian La Bella che, attraverso il suo uomo di fiducia e procuratore Sebastiano Mortellaro, avrebbe avuto contatti con Guglielmino e con i referenti delle famiglie mafiose attive nei territori di acquisizione degli appalti. In una conversazione intercettata, infatti, Mortellaro spiega che i vari contesti malavitosi con cui si ritrovano durante lo svolgimento dell’attività imprenditoriale, non chiedono il pagamento di somme di denaro ma posti di lavoro per affiliati o parenti: “c’è mio figlio senza lavoro, fallo lavorare”.
È emblematico, per la prefettura, il ricorso di La Bella alla protezione dei diversi gruppi criminali locali per espandere l’azienda non solo nella Sicilia orientale ma anche a Palermo, Monreale, Trapani e Marsala (sfruttando le conoscenze con Guglielmino e con il clan Cappello), riuscendo a incrementare il volume d’affari dai 6 milioni di euro nel 2008 a quasi 43 milioni nel 2018. Guglielmino, inoltre, si lega a La Bella (soggetto formalmente “pulito”) riuscendo ad assicurare continuità d’azione anche dopo il sequestro e l’interdittiva antimafia che colpisce le sue aziende Geo Ambiente srl e Clean up srl arrivando alla costituzione della Eco business.
L’amministratore unico della Tech è stato anche indagato dalla Procura distrettuale della Repubblica di Catania, ma se da un lato la sua posizione è stata archiviata, dall’altro è comprovato il rapporto d’affari con Guglielmino, che si sarebbe avvalso della società siracusana per operare nel settore in modo lecito. Nel provvedimento di archiviazione, infatti, si legge che la Eco business era lo strumento tramite il quale Guglielmino voleva proseguire le attività della Geo Ambiente per sottrarsi a eventuali provvedimenti dell’autorità giudiziaria e continuare a gestire, nell’interesse del clan Cappello Carateddi, le attività di raccolta dei rifiuti.
Nessuna azione penale nei confronti della Tech, quindi, ma un punto interrogativo troppo grande sotto il profilo della prevenzione amministrativa esaminata proprio dal prefetto. Emblematiche risultano infatti alcune conversazioni nel 2016 tra Christian e Barbara La Bella (quest’ultima avvocato), in cui la donna si arrabbia per la gestione dei rapporti tra Guglielmino e il Comune di Paternò, con il fratello che si indispone – ritenendo giustamente di essere ascoltato – e sottolinea che il rapporto è solo con la Clean up.
Sempre secondo gli atti che hanno portato alla decisione del prefetto, mentre a Catania ci si appoggiava al clan Cappello, a Scicli si cercavano i favori del clan Mormina, avvalendosi della collaborazione di Franco Giudice, dipendente della Geo Ambiente rinviato a giudizio con Franco Mormina per atti intimidatori nei confronti della Ecoseib di Giuseppe Busso. Dalle risultanze investigative, proprio grazie all’apporto di Giudice (ormai capo cantiere per la Tech), il gruppo criminale esercitava un controllo nella gestione della raccolta dei rifiuti solidi urbani del Comune di Scicli. La Squadra mobile di Catania aveva inoltre evidenziato altri soggetti orbitanti nella società floridiana come Carmelo Mancuso che, in cambio dell’assunzione di una certa rilevanza in Tech, favoriva l’incontro tra La Bella e il sindaco.
Oltre allo stesso Mancuso, altri dipendenti gravati da procedimenti penali significativi transitavano nell’azienda vincitrice dell’appalto a Vittoria sfruttando però la normativa in materia di salvaguardia occupazionale. Alcuni di questi legati da rapporti di parentela con soggetti pluripregiudicati con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso.
Insomma, per tutta una serie di motivazioni, il prefetto ritiene che il rapporto tra criminalità organizzata e Tech configurerebbe una minaccia per la sicurezza pubblica e un pericolo per lo Stato in quanto emergerebbe un complesso di collegamenti e rapporti non occasionali di carattere economico e affaristico, oltre che di natura professionale e contrattuale con società collegate, vicine, condizionabili, contigue o appartenenti a organizzazioni criminali mafiose tale da far ritenere l’impresa esposta al rischio di infiltrazioni e condizionamenti.