Siamo a oltre due settimane di cosiddetto lock down. Sono stati giorni non sempre facili da affrontare, durante i quali si è reso necessario l’inasprimento delle misure di sicurezza messe in atto dal Governo per porre fine all’abuso di menefreghismo che sembra aver invaso ogni città in questo periodo.
Mentre alcuni concittadini e corregionali rendono necessaria l’interdizione dell’attività sportiva all’aperto nonché la regolamentazione delle uscite dei cani, in Francia c’è chi vorrebbe aver potuto stare a casa da subito per preservarsi dal contagio come Luisa Ferrara, giovane catanese che vive e lavora a Parigi, che ha raccontato alla nostra redazione la reazione della politica francese di fronte all’emergenza Coronavirus.
“Era prevedibile l’aumento dei casi di Covid-19 anche qui in Francia – ammette Luisa –. Eppure in pochi sospettavano la chiusura delle frontiere, il confinamento, la paura del contagio persino dentro casa. La percezione del pericolo e della gravità del virus, sembra aver conosciuto un processo molto più lento del contagio e, mentre il numero delle vittime aumentava, il collega, il vicino di casa, il coinquilino, continuavano a sostenere che non si trattasse d’altro che di una banale influenza, niente che un po’ di miele e zenzero non potessero curare”.
L’iniziale passività sperimentata ha fatto sì che chi si è esposto giornalmente alle notizie provenienti dall’Italia abbia interpretato come indifferenza la risposta francese al problema “perché qui in Francia, la paura non è stata percepita allo stesso modo – racconta –. Forse troppo convinti dell’efficienza e della preparazione del sistema sanitario francese, ci si è in fondo un po’ troppo cullati”.
Bar e ristoranti hanno continuato, quindi, la loro attività fino a quando l’Italia sbarrava il quinto giorno di quarantena e il numero di decessi sfiorava le mille unità. “Dopo la mezzanotte, quasi per magia, tutto è cambiato – riprende Luisa -. Che questa reazione forse eccessivamente tardiva sia legata alle elezioni municipali? Probabilmente anche quel fattore ha avuto un ruolo non di poco conto. Difficile interpretare il primo discorso di Macron, dopotutto: cautela, attenzione e un invito a rimanere a casa a chi ha superato la settantina, per poi invitare gli elettori a recarsi alle urne la domenica. Una risposta più dura è stata adottata il lunedì sera, quando delle elezioni ormai troppo poco se ne parlava ed era chiaro che un secondo turno non poteva essere svolto nel successivo weekend, rendendo vano, d’altronde, il primo”. Da allora anche a Parigi, come nel resto della Francia, vige la legge della quarantena forzata, sebbene ancora poco chiaro sia se e quanto rischia di multa chi una passeggiata al parco vuole comunque farla.
“Io, come molti miei altri connazionali, sono rimasta bloccata in Francia prima della chiusura dello spazio Schengen, prima che Boris Johnson parlasse di immunità di gregge, che la moglie di Pedro Sanchez risultasse positiva e che dalla BCE arrivasse quella famosa poco apprezzata affermazione sulla ‘chiusura dello spread’. Siamo rimasti qui perché abbiamo avuto la sfortuna di non essere con le nostre famiglie prima che l’Italia chiudesse le frontiere. Chi poi, come me, viene dalla Sicilia, oggi se ne troverebbe persino un terzo di muro prima di poter rientrare. Tre muri che ci separano da casa, che ci tengono lontani dalla famiglia, in molti casi a passare questo confinement in monolocali da 10 metri quadri – continua ancora -. Ebbene, ben vengano le misure drastiche. Ben venga il modello italiano, perché in fondo è questo che adesso si sta seguendo. Si segue il modello del vicino che sembrava aver preso la situazione con troppa serietà. Lo si osserva adesso con più interesse, perché in fondo la cosa, ci riguarda. E quando si è toccati, quando le proprie convinzioni cominciano a vacillare dinanzi al numero sempre maggiore di casi nel proprio perimetro, allora sì che si ha paura, allora sì che si scuote il Paese. E quarantena fu, anche qui”.
Martina Grimaldi
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