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Sull’Etna si testano i droni rover per le missioni lunari

Si tratta del test Analog-1 di Esa, l'Agenzia spaziale europea, e Dlr, il Centro aerospaziale tedesco, che con la Jacobs University e l'Osservatorio etneo stanno testando i droni che verranno impiegati nelle prossime missioni lunari

“Etna, we have a problem”. In realtà nulla a che vedere con i guai della missione di Apollo 13 di circa mezzo secolo fa. Sembra essere andato tutto bene, infatti, sulla ‘Montagna’ dei catanesi dove da alcuni giorni si vedono robot e ricercatori a 2.600 metri di quota. Si tratta del test Analog-1 di Esa, l’Agenzia spaziale europea, e Dlr, il Centro aerospaziale tedesco, che con la Jacobs University e l’Osservatorio etneo stanno testando i droni che verranno impiegati nelle prossime missioni lunari. La dimostrazione Arches Space-Analog è un progetto guidato da Dlr con una significativa partecipazione dell’Esa. Il clou sono le prove robotiche dal vivo compiute tra il 27 giugno e l’1 luglio, in un’area di 500 mq. Più rover vengono comandati con connettività wireless dalla città di Catania, a 23 chilometri di distanza.

Arches, spiegano i ricercatori dell’Esa, è l’acronimo di Autonomous Robotic Networks to Help Modern Societies. Si tratta di un “progetto futuro” del centro di ricerca tedesco Hemholtz, per sviluppare sistemi robotici diversi, autonomi e interconnessi per aiutare a esplorare ambienti difficili e vasti, incentrati su applicazioni di esplorazione dello spazio e delle profondità marine. Con le reti di robot autonomi considerate una tecnologia chiave del futuro, il Centro aerospaziale tedesco, il Centro Alfred Wegner, il Geomar – Centro Helmholtz per la ricerca oceanica di Kiel e il Karlsruhe Institute of Technology stanno collaborando per realizzarle e testarle.

I test della campagna si basano su un triplice scenario, in linea con l’evoluzione prevista dell’esplorazione lunare: La “Missione geologica I” rappresenta il periodo precedente l’ulizzo del Lunar Gateway, con rover lunari semi-autonomi sorvegliati dalla Terra nella loro selezione di campioni geologici. La “Missione geologica II” fa riferimento al momento dopo la creazione del Gateway, in modo che siano disponibili telepresenza ad alta fedeltà avanzata e feedback tattile, utilizzati per recuperare i campioni raccolti nella missione precedente. È come parte di questa missione che si svolgono i test di Analog-1 dell’Esa.

“Demonstration of the LoFar Demomission (Arches Mission Part III)”: prevede un periodo in cui astronauti e rover lavorano insieme sulla superficie lunare, concentrandosi sul compito di installare un’antenna in una posizione ottimale per l’astronomia lunare. L’Esa partecipa per svolgere l’ultima parte della sua campagna di test Analog-1, valutando un sistema che consente agli astronauti in orbita di controllare i rover che esplorano le superfici planetarie, utilizzando il feedback tattile in modo che un controllore possa sentire qualunque cosa il rover tocchi. La precedente campagna Analog-1 dell’Esa nel 2019 ha coinvolto l’astronauta dell’Esa Luca Parmitano in orbita a bordo della Stazione spaziale internazionale che controllava il rover interact in un paesaggio lunare simulato all’interno di un hangar nei Paesi Bassi.

Questa volta lo stesso rover è controllato dall’astronauta Thomas Reiter da una stanza dell’hotel a Catania, simulando la stazione internazionale Lunar Gateway in orbita attorno alla Luna. E il fattore umano resta fondamentale.

Proprio come nel 1970 quando quel “Ok, Houston, we’ve had a problem here” diede parole senza tempo alla più grave situazione nei voli spaziali con equipaggio, divenendo anche emblema della capacità del programma di affrontare crisi imprevedibili sfruttando le capacità umane. Un’esplosione costrinse i tre astronauti a trasferirsi nel modulo lunare Aquarius che da mezzo per atterrare sulla Luna divenne nave d’emergenza per il ritorno. Predisposto per ospitare due persone per due giorni, trasportò tre persone per quattro giorni. Durante l’operazione di ritorno verso la Terra si optò per un passaggio attorno alla Luna del modulo in modo da ridurre al minimo lo spreco di energie della navicella. La traiettoria di rientro portò il gruppo alla massima distanza raggiunta da un uomo dalla Terra, 400 mila chilometri.

Sembra di leggere il capitano Kirk nel diario di bordo della sua Enterprise, solo che questa volta è incredibilmente vero: alle 13.07 del 17 aprile 1970 l’Apollo 13 atterra nelle acque dell’Oceano Pacifico. I tre membri dell’equipaggio sono in salvo. Lunga vita e prosperità.


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